L’estraneo inseparabile da me - A ciascuno la propria maschera - MATTEO GARDONIO

 

 

Trieste è la città ideale per una mostra sull’autoritratto. Qui i frutti migliori, letterari con Svevo e pittorici con Sofianopulo, e della psicanalisi intesa quale abissale introspezione, continuano a interrogarci. Anche inquietandoci.

Un incontro tra artisti provenienti dalle realtà più lontane, permette oggi di cogliere, attorno a questo tema, il senso di quel “estraneo inseparabile da me”, per dirla con Pirandello; l’artista e l’autoritratto sono alla base della storia dell’arte. E di esempi ne abbiamo di ogni tipo in ogni spazio temporale: dal dimostrare la propria capacità e talento, come in Parmigianino nel celebre Autoritratto su specchio convesso – realizzato poco più che ventenne per stupire i suoi possibili acquirenti – o per sondare il proprio sfacelo interiore ed esteriore, e ovviamente a Rembrandt corre la nostra mente.

Oggi l’artista non deve più, e fortunatamente, preoccuparsi di compiere un ritratto fotografico, astratto, realista, sintetico, cromatico, monocromo di sé ma semplicemente può compiere una sineddoche, una parte per il tutto. Non ha più senso affibbiare uno stile, se stiamo all’interno di pittura, scultura o grafica; di fare gli ultras del figurativo o dell’astrattismo.

L’io è manifestabile in diverse forme, anche con l’arte, come nella vita. Mi ricordo una splendida mostra su Corot a Ferrara in piena fase dottorale; la Baccante con il tamburello era davvero strana in quel viso spigoloso, maschile, virile è il caso di dire. Ma certo… perché quella Baccante è lui, è il pittore stesso in quel volto, sforbiciato e incollato in un suadente corpo femminile. Siamo intorno al 1860. Di più.

Prendiamo due esempi di artisti legati a questo territorio. Gli autoritratti biedermeier di Giuseppe Tominz, precisi quanto ironici ed autoironici, di lui che ci guarda accovacciato a ricordare una funzione corporale ben precisa come fosse un ‘bisogno’ da espletare o, spostandoci nel tempo e nel dramma, gli ultimi autoritratti di Music, realizzati da un pittore che ricordava aver frequentato la “scuola di Dachau”, vale a dire quella del campo di concentramento.

Dunque l’autoritratto di per sé non è tema proposto al fine di scandalizzarci, ma interrogarci.

Non sappiamo però, chi interroga chi e, in questo senso, rimane insuperabile l’illusione creata da Velázquez nel celebre Las Meninas, dove il pittore riesce a rompere schemi mentali e filosofici, proiettando se stesso al centro della creazione e nella creazione stessa.

Dopo tale esempio, definito non a caso da un pittore come Luca Giordano “la teologia della pittura”, si può affrontare il tema dell’autoritratto senza preconcetti, senza formalismi e senza limiti creativi. E veniamo così agli artisti che oggi si presentano a questa rassegna.

Un pezzo di legno è più che sufficiente per Michele Bubacco, che proietta il proprio sguardo su un elemento della quotidianità – il primo – che trovò al suo arrivo nello studio viennese; si tratta, infatti, di un ferma porta che “vigila” sul suo operato. Sarebbe piaciuto anche a Kounellis, ma pure a Giovanni Battista Cavalcaselle e il suo museo dei frammenti.

Al concetto di proiettare si indirizza la ricerca di Damir Stojnic; vengono proiettate le silhouttes dell’artista e della sua compagna. Lui e lei. Un pensiero che difficilmente viene affrontato perché più intimo, quello dell’amore in questo caso. Mescolare i due corpi porta a Ermafrodite, un essere androgino e unico. Un grande artista che ha sempre ragionato in questi termini è Prince, che aveva fatto del suo simbolo proprio la fusione tra maschile e femminile. Mi piace ricordare, invece, che il termine proiettare è portare fuori qualcosa che si può anche rifiutare e che si combatte, perché è dentro di sé. Il risultato è di assistere a una proiezione di un Giano bifronte.

Errika Pontevichi ha una pittura molto sciolta e che, a primo impatto, è pure gradevole. Ma il disorientarci attraverso un doppio-sguardo, ci pone in un difficile confronto optical. Vince lei. La nuova Medusa della pittura italiana contemporanea; una serie di sguardi – non solo il suo – che ha il merito di portarci in una dimensione internazionale di un figurativismo fresco, creato con poche pennellate.

Ormai paladina di una pittura internazionale è Banafsheh Rahmani, ma non soltanto perché inserita in un contesto di primo piano che ha in Marlene Dumas la madrina di battesimo e in Hopper un parente nobile, ma per un profilo che va ben oltre una “necessità del dipingere”; sempre più assistiamo a improvvisati dell’arte, e sempre meno a chi ha guadagnato dei titoli per un ambizione legittima. La pittrice ci presenta un doppio autoritratto, che ha del commovente; una lei con il trucco e una lei senza trucco, una lei fermata in uno scatto di anni fa e una lei odierna, una lei eterna e contemporanea. Quasi una sorta di duplice ritratto di Dorian Gray.

Una scimmia scherza e chiude la bocca a Roberto Del Frate; quasi monocroma la resa, ma penetrante il risultato. Per un pittore che fa della grande tradizione post-impressionista la sua sorgente – compreso il primitivismo di Gauguin –, poter accostarsi a un autoritratto del genere, permette di cogliere altri lati che spesso non emergono. Non c’è niente da ridere, in effetti, andare allo zoo e vedere queste scimmie ammaestrate. E il pittore non è una scimmia ammaestrata.

Potente la figurazione di Rafal Paczesniak; rinuncia a mostrarsi ma, di fatto, si mostra per ciò che fa. La sua pittura, tra le più interessanti nel panorama est-europeo degli ultimi anni, è costruita con cromie poderose, con girandole di fuochi d’artificio e, al contempo, con drammi pittorici non scontati. Questo, da sempre, lo apparenta più ai pittori napoletani del Seicento che ai conterranei. Si notano i colpi di rosso sulla tela, a simulare il sangue, il pulsare del colore nelle vene, il magmatismo cromatico, ma, soprattutto, la modella riflessa nel frammento d’uno specchio rotto? In una tela recuperata? Pittura che sa di una vita respirata in uno scantinato, o in una soffitta e che per un istante, qui, prende aria e si mostra.

Altrettanto importante, la figurazione di David Dalla Venezia che presenta un’opera prima – è il caso di dirlo. Un autoritratto come il Gilles di Watteau, forse il più grande pittore del Settecento, e i riferimenti (al pari del Zola di Manet) ad altri importanti colossi dell’autoritrarsi: il Picasso della Morte di Arlecchino e il Sui Cuique Persona. A ciascuno la propria maschera è perfetto per definire non solo l’opera di Dalla Venezia, ma il concetto ultimo di questa mostra. La sua pittura, però, al di là dei voluti citazionismi, è una nuova figurazione che lo pone tra gli interpreti più colti tra Italia e Francia oggi; sarebbe stato questo pittore anche ai tempi di Bosch, è certo.

Nella scultura si trovano due interpreti che, sebbene apparentati dal filo rosso della figurazione, giungono a risultati inattesi. L’uno più prossimo ad una frammentazione rodiniana della forma, ed è Ettore Greco, l’altra più figlia di Gemito, ed è Alessandra Spigai. Greco è barbaro e incisivo, e ci auguriamo che Mauro Corona gli dedichi l’attenzione che merita, mentre Spigai è più sognante e ancestrale in senso mediterraneo, con corpi che paiono recuperati dagli abissi sabbiosi. Greco giunge a un autoritratto stenografico in antitesi con la controparte statuaria e monumentale, Spigai ci invita a guardare il resto del mondo attraversando il proprio corpo in scultura. Le sue opere dovrebbero stare all’Archeologico di Napoli.

Davide Castronovo, nel solco di Lucien Freud e Jenny Saville, si muove verso una figurazione schiacciata allo specchio mentre Pablo Avendano Chavarri con pochi tratti ci porta nella propria dimensione personale claustrofobica e per certi versi vangoghiana; più legato ad un realismo di ascendenza courbetiana è la ricerca di Manuel Larrea Graham, e non c’è da stupirsi essendo i pittori messicani collegati agli spaccapietre del genio di Ornans.

Cristina Fiorenza mette in scena un equilibrio fragile e affascinante, una propria architettura artistica che assorbe le diverse esperienze di collage, ceramica, materiali semplici rammendati e lavorati: un risultato suggestivo che la apparenta più a My Bed di Tracey Emin che ad un’opera canonica come la possiamo intendere. Al riguardo, una piccola digressione provocatoria: è da considerarsi più un autoritratto l’opera appena citata o le migliaia di autofotografie di Cindy Sherman?

Delphi Morpurgo avrebbe la benedizione di Von Stuck per questo profilo nell’oscurità ma con accenti mitologici e da fauno meditabondo, mentre Alan Stefanato sarebbe piaciuto a Depero e al Munari più giocoso.

Consapevole è Anna Madia, per chi scrive tra le voci più singolari della figurazione contemporanea; il suo stile prende una nota sorprendente, quel germe di Eugène Carrière che tanto piaceva al giovane Picasso. Apparentemente sembra convenzionale e altera, invece catapulta chi osserva in un universo intimo e silenzioso, anche con venature decadenti, degne di una Deborah Turbeville.

Volti creati e lacerati da tagli di vento sono quelli di Matisa Kazerooni, che possiede accenti fantastici, da figura eternamente giovane dipinta utilizzando anziché la paletta, una rosa del deserto. Ancora un altro protagonista della figurazione d’oggi in Italia, Filippo Manfroni; il talento è tangibile e probabilmente anche capace di “correggere un braccio a Raffaello” come diceva Gombrich di Bouguereau, ma è la tensione verso un universo quasi acquatico a calamitare chi osserva. Il suo autoritratto può essere di spunto al cinema del grande Guillermo del Toro.

Luca Coser è, tra gli artisti presenti, quello che avrebbe entusiasmato Willem de Koonig e Robert Rauschenberg insieme…ha una forza commovente l’esistere e lo scomparire che mostra nel proprio autoritratto. Vale un’impronta sulla luna, come sulla sabbia…tanto forte per declamare la propria esistenza, quanto fragile rispetto ad un universo che supera l’homo faber.

La donna del realismo magico, ad oggi, è Barbara Bonfilio. Ma è riduttivo e in parte inesatto, essendo ancora viva Bettina Shawn Lawrence. Questo suo modo di dipingere avrebbe fatto girare la testa ai grandi di quel mondo: Casorati, Cagnaccio di San Pietro, Guidi, Zecchin. La stesura del colore è piatta ma la resa è avvolgente. Per nulla decorativa ma ancora una volta, di chi interroga e si lascia piacevolmente interrogare. C’è un fascino lottesco più che klimtiano.

Il volto è la carta geografica sul quale Moira Franco compie le proprie esplorazioni; l’aggressività della biro si stempera nel consegnare volti malinconicamente lontani, di derive dell’esistenza, di chi ha attraversato tempeste nella Terra del Fuoco, che è la vita. Un universo decadente e simbolista accompagna la maschera di Casaluce-Geiger, volutamente in stile “marchesa Casati”; c’è sintonia con il meglio di Roman Polansky e, soprattutto, con Marion e Wanda Wulz donne affascinanti e grandi fotografe che amavano ritoccare a mano le proprie creazioni. Forse sarà solo un caso, ma di Trieste anch’esse.

A ciascuno la propria maschera. La verità delle maschere.